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Un gruppo di visitatori osserva un’opera in museo: la presenza di persone in carrozzina e di un operatore evidenzia come l’accessibilità culturale non riguardi solo gli spazi, ma anche la qualità della relazione, dell’accompagnamento e della comunicazione
Accessibilità fisica e relazionale in museo

L'abbattimento delle barriere relazionali nell'accesso ai luoghi della cultura

Dalle barriere fisiche a quelle relazionali: il ruolo della comunicazione e della formazione

di Franco Tartaglia

Il tema dell'accesso ai luoghi culturali da parte delle persone con disabilità è stato oggetto in questi ultimi anni di alcune importanti considerazioni. Innanzitutto è presente una generale condivisione, anche a livello giuridico/normativo, sull'importanza dell'inclusione delle persone con disabilità e della loro piena partecipazione alle diverse attività della società, comprese quelle di natura culturale. In particolare l'art. 30 della Convenzione ONU evidenzia come gli Stati debbano riconoscere il diritto delle persone con disabilità a prendere parte su basi di uguaglianza con gli altri alla vita culturale e debbano adottare tutte le misure adeguate a garantire l'accesso a luoghi di attività culturali, come teatri, musei, cinema, biblioteche, monumenti e siti importanti per la cultura.

Parliamo quindi di un diritto, non di un favore o di una cortesia, quello all'inclusione e all'accessibilità, che si concretizza nello sforzo di abbattere le barriere che impediscono o rendono difficoltosi l’accesso, la fruizione e la partecipazione alle diverse attività culturali. Ricordo anche come la disabilità è definita dall’ICF 2001 come: «una condizione di salute in ambiente sfavorevole», con un fondamentale ribaltamento di prospettiva, dall'evidenziare il limite della persona con disabilità al riconoscere il ruolo dell'ambiente come elemento chiave nel determinare la disabilità stessa. Se l'ambiente è accessibile, vale a dire privo di barriere, la disabilità di per sé non impedisce alla persona di muoversi in autonomia e di partecipare alle attività.

È chiara quindi la responsabilità delle strutture culturali nel rendersi accessibili attraverso il superamento delle barriere, barriere che possono essere di varia natura. Sicuramente le più note e probabilmente anche quelle su cui si è maggiormente lavorato, sono le barriere architettoniche, si tratta di barriere di tipo strutturale, concreto, che a tutti gli effetti impediscono o rendono difficoltoso l'accesso e il movimento autonomo all'interno dell'ambiente. È il classico esempio dei gradini, del tappeto, del passaggio stretto, che impediscono l’accesso alla carrozzina. È evidente che queste barriere rappresentano il primo scoglio che la persona con disabilità può dover affrontare nel momento in cui decide di recarsi ad un museo o ad un teatro. Va detto però che in merito a queste barriere c'è in ambito culturale un buon livello di consapevolezza e di attenzione, l'ideale sarebbe la logica del design for all, vale a dire edifici/ambienti pensati fin dalla fase di progettazione in ottica inclusiva, fruibili da tutti, a partire dai bisogni delle persone più fragili. È altresì evidente però che molti musei ad esempio sono collocati in edifici storici e necessariamente occorre ricorrere ad altre soluzioni: lo scivolo a fianco della scala ad esempio. Lo stesso discorso di progettazione for all lo si potrebbe fare per le barriere sensoriali, rendendo le strutture accessibili a persone cieche o sorde, ovvero ipo-vedenti o ipo-udenti, anche in questo caso dotando le opere di font ad alta leggibilità, ovvero di traduzioni in linguaggio LIS e così via.

Un po' diverso è il discorso che riguarda le barriere relazionali, che sono di tipo intangibile, più difficili da riconoscere, più 'soft', e come tali anche più faticose da gestire. Si tratta di tutte quelle barriere relative alle modalità di comunicazione e agli atteggiamenti degli operatori culturali. Se ad esempio una persona con disabilità alla biglietteria incontra un operatore che alza gli occhi al cielo e ha un tono di voce irritato, ci troviamo in presenza di una barriera relazionale. Potremmo trovare contesti perfettamente accessibili dal punto di vista strutturale, ma non altrettanto da quello relazionale, perché gli operatori non sono attenti, sensibili, e non hanno le adeguate competenze comunicative per accogliere, seguire ed eventualmente supportare le persone con disabilità.

Vediamo le principali barriere relazionali che si potrebbero riscontrare:

  • Assenza, disinteresse: è il caso dell'operatore che di fronte alla persona con disabilità si gira dall'altra parte, si allontana, evita il contatto in modo indifferente o irritato, dando un segnale chiaro di fastidio che finisce per essere percepito come un 'se stavi a casa era meglio';
  • Mancanza di empatia: siamo nel campo delle comunicazioni prive di sensibilità, che non mostrano attenzione all'interlocutore, distoniche, come un caso che mi è stato riferito in cui in un museo un operatore si rivolse alla madre di un bambino autistico agitato dicendole; 'signora, lo porti in un prato così si può sfogare, il museo non va bene per lui';
  • Infantilizzazione: la tendenza a trattare la persona con disabilità come un bambinone, un eterno bambino, anche quando è adulto. Questa barriera porta ad esempio a non rivolgersi direttamente al disabile ma a porre domande all’accompagnatore ('le vuole anche lui le audioguide?'), ovvero a rivolgersi a lui ma in modo semplificato, come si farebbe con un bambino;
  • Pietismo: una delle barriere più pesanti per le persone con disabilità, quella del sentirsi compatiti rispetto alla propria condizione. È la classica frase che inizia con 'poverino…', ovvero le molte comunicazioni non verbali che trasmettono il pietismo (occhi al cielo, teste che si scuotono, sguardi affranti…). Sono forme di comunicazione che svalutano la persona che si ha di fronte e la fanno sentire inadeguata, disgraziata, rimarcando pesantemente la sua condizione;
  • Assistenzialismo: si tratta di una sorta di eccesso di zelo, consistente nell'aiutare e/o intervenire laddove non è necessario poiché la persona con disabilità ha tutte le competenze e le risorse per cavarsela da sola. Spesso è associato al pietismo: 'poverino, lascia faccio io…', con il risultato di comunicare all’interlocutore inadeguatezza, incapacità, inferiorità.

Si tratta di barriere, come dicevo, del tutto intangibili, molto pesanti per le persone con disabilità, ovvero per le famiglie che a volte scelgono di non uscire o evitare certe esperienze proprio per non trovarsi di fronte a questo tipo di ostacolo. Tra l'altro non si tratta di atteggiamenti necessariamente associati a cattiveria, per esempio il pietismo e l'assistenzialismo spesso si esprimono in persone desiderose di aiutare, ma nel modo sbagliato, in assenza di competenza. Il tema chiave infatti è che queste barriere possono essere superate solo attraverso un lavoro di formazione con gli operatori, lavoro che abbia una doppia finalità: da un lato accrescere la consapevolezza degli errori presenti in questi atteggiamenti e dei loro effetti sulle persone con disabilità, dall’altro acquisire competenze sul versante della comunicazione interpersonale e della gestione della relazione. 

Il punto chiave è quello della comunicazione, perché la comunicazione è lo strumento attraverso cui l’operatore costruisce la relazione con la persona con disabilità e gli accompagnatori. In particolare è necessario potenziare le competenze comunicative del personale rispetto alle capacità di trasmettere informazioni, di ascoltare e di comunicare con atteggiamenti adeguati. Si tratta di capacità che in generale caratterizzano la comunicazione interpersonale e quella con i visitatori, ma che nel caso della relazione con persone con disabilità possono richiedere alcune attenzioni specifiche

Per quanto concerne la capacità di trasmettere informazioni è utile, laddove sia possibile, rivolgersi direttamente alla persona con disabilità evitando triangolazioni, ed è utile farlo cercando di adattare il proprio linguaggio allo stile e alle capacità di chi si ha di fronte. Questa flessibilità comunicativa è fondamentale ed è ciò che permette di farsi capire e di costruire una buona relazione. Non è possibile comunicare con tutti allo stesso modo, né ricorrere a ricette stereotipizzate, occorre un po' di attenzione verso l'altro, un minimo di analisi delle sue caratteristiche e aspettative e la costruzione di un messaggio coerente con la situazione che ci si trova a gestire. Così ad una persona in carrozzina con una disabilità motoria ci si potrà rivolgere con modalità simili ad altri interlocutori, ma in presenza di una disabilità sensoriale o cognitiva potrebbe essere necessario un linguaggio più semplice, dei tempi più ampi, delle spiegazioni più particolareggiate.

Nel caso dell'ascolto è importante ricordare che la persona con disabilità è un interlocutore a tutti gli effetti, a cui rivolgersi con le classiche tecniche dell'ascolto attivo: fare domande, chiedere feedback, riformulare e ricapitolare la conversazione. In tutte le fasi della relazione, da quelle più semplici di accoglienza a quelle più complesse di progettazione di attività, è importante coinvolgere e far partecipare le persone con disabilità. Faccio un esempio semplice: un museo intende progettare un laboratorio per persone cieche, ovvero una biblioteca vuole proporre un'attività rivolta a persone con autismo? La cosa migliore da farsi non è provare a immaginare quali potrebbero essere le loro esigenze ma interagire direttamente con le persone, per esempio attraverso le associazioni, e ascoltare le loro esigenze e le loro proposte per provare in un'ottica negoziale e sinergica a costruire percorsi realmente for all.

Parlando di atteggiamenti, vale a dire del modo di porsi nei confronti dell'interlocutore, gli operatori dovranno evitare tutte quelle modalità che svalutano le persone con disabilità e rimarcano le eventuali limitazioni; vanno però evitati anche tutti quegli atteggiamenti passivi, che non si fanno carico, che si trincerano dietro il 'non è di mia competenza'. Un atteggiamento che tecnicamente potremmo definire assertivo è quello ottimale, un atteggiamento di rispetto per le persone, di reciproco valore, di ricerca di soluzioni vantaggiose per tutte le parti.

Questo tipo di competenze devono essere sviluppate e costantemente aggiornate attraverso percorsi di formazione che coinvolgano gli operatori culturali sia fornendo loro suggerimenti, indicazioni e consigli rispetto a come meglio comunicare, ma anche propongano in modo attivo momenti di confronto, riflessioni sulle proprie esperienze, casi di discussioni. Un esempio virtuoso è il progetto Operatori culturali per l’inclusione, progettato e gestito insieme a Fondazione Paideia e Fondazione CRT che da circa 15 anni a questa parte si rivolge proprio agli operatori culturali, e anche alle figure apicali, di musei, biblioteche, teatri, offrendo opportunità di formazione, riflessione e confronto su questi temi. Il punto di partenza del progetto è proprio la considerazione che le attenzioni comunicative e relazionali di cui ho parlato sono a tutti gli effetti delle competenze e come tali vanno trattate, offrendo agli operatori delle occasioni in cui formarsi e sviluppare queste capacità. Solo in questo modo possiamo avere una ragionevole garanzia che i luoghi culturali siano realmente accessibili e che per le persone con disabilità la visita ad un museo, ovvero l'attività in una biblioteca, piuttosto che uno spettacolo teatrale, rappresentino esperienze di valore e di piena partecipazione.

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