
Accessibilità come paradigma: il V&A East Storehouse
Dal deposito al pubblico: la rivoluzione dell'accessibilità nel cuore di Londra
di Marta Atzeni
Da quando, lo scorso maggio, ha aperto le sue porte nel cuore del Queen Elizabeth Olympic Park di Londra, il V&A East Storehouse ha inaugurato un nuovo capitolo della museologia contemporanea. Ricavato nell’ex Centro Media e Broadcast delle Olimpiadi del 2012 – un edificio di 16mila mq – il nuovo deposito del Victoria & Albert Museum ridefinisce radicalmente il rapporto tra museo, collezione e pubblico all’insegna dell’accessibilità.
Progettato dallo studio newyorchese Diller Scofidio + Renfro, lo Storehouse non solo risponde alle declinazioni ormai imprescindibili della progettazione e della fruizione museale per pubblici dai corpi, tempi e sensibilità differenti – percorsi privi di barriere architettoniche, quiet spaces, hearing loops, mappe tattili, edizioni a grandi caratteri, audioguide e video in British Sign Language (BSL). Rendendo accessibili gli oltre 500mila oggetti della più grande collezione di arte decorativa al mondo, lo Storehouse rovescia la logica secondo cui il deposito museale, luogo operativo in cui la collezione viene conservata, restaurata e studiata, debba rimanere sottratto allo sguardo (e non solo) del pubblico.
Il progetto adotta un impianto ad anelli concentrici, in cui il livello di accesso aumenta man mano che ci si allontana dalla facciata. Dall’ingresso al livello stradale, il percorso di visita attraversa le scaffalature del deposito fino alla Weston Collections Hall, una corte coperta alta 20 metri al centro del complesso. Attorno ad essa si snodano tre livelli di scaffalature colme di oggetti di ogni epoca, scala e disciplina creativa, mentre una sezione in vetro del pavimento rivela i manufatti più pesanti conservati al livello inferiore.
In questo spazio privo di percorsi prestabiliti e barriere, il contatto diretto con gli oggetti diventa parte integrante della visita. Liberato dalla prima regola interiorizzata di ogni esperienza museale – non toccare – il visitatore è invitato a un’esplorazione personale della collezione, costruendo il proprio percorso secondo interessi e curiosità. Una personalizzazione dell’esperienza incentivata da programmi come Order an Object, che permette di prenotare specifici manufatti per osservarli da vicino in sale dedicate, e Object Encounters, incontri a piccoli gruppi con pezzi selezionati dal team del V&A.
Allo stupore di imbattersi in un frammento di facciata dei Robin Hood Gardens, in un gigantesco arazzo di Picasso, negli abiti di scena di David Bowie o in un colonnato Moghul, si affianca la visione del dietro le quinte della macchina museale. All’interno del deposito operano infatti quattro studi di restauro e un laboratorio per la conservazione di 100mila capi di abbigliamento, accessori e tessuti; e si può assistere all’installazione di nuove acquisizioni e alla preparazione delle opere destinate ai prestiti.
Non è un caso che Elizabeth Diller abbia accostato il V&A East Storehouse ai Cabinet of Curiosities del XVI secolo, raccolte private di oggetti rari e meravigliosi che suscitavano stupore e meraviglia. Nel museo dell’East London, quella logica si traduce in una forma di accessibilità culturale che invita a esplorare senza prescrizioni, a mettere in dialogo mondi materiali lontani e a leggere la storia delle cose come rete aperta di significati.
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